Le innovazioni incrementali

Commento di Cristian Puliti

Un concetto alla base del principio evolutivo darwiniano sono le mutazioni graduali, che potremmo chiamare concettualmente: ‘innovazioni incrementali’. Ci viene detto che le mutazioni sotto la pressione della selezione naturale che commista fattori casuali come ambiente, popolazioni e pressione selettiva, è il propulsore affinché queste micro innovazioni siano disposte dall’ambiente e dalla necessità ed abbiano luogo. Poi, sommandosi lentamente l’una all’altra, portano ad un processo di reingegnerizzazione che da alla luce una miglioria definitiva partendo da un prototipo che mal si addiceva alla circostanza causa del processo.

Sembra quasi una banalità.

Del resto tutto il prodotto dell’umana ingegneria o di qualunque altra disciplina dello scibile umano è in fin dei conti una stratificazione di conoscenze pregresse che a piccoli, talvolta grandi, contributi danno alla luce nuovi modi di concepire, progettare, esperire, creare e godere. Qualcuno disse più o meno a tal fine: “Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti” (1) e un po’ più scherzosamente ci viene suggerito, al riguardo di alcune scienze esatte, che “l’imbecille di oggi ne sa di più del genio di ieri”.

Argomento archiviato? No.

Perché come spesso accade le apparenze possono ingannare e, come disse qualcuno di autorevolmente ‘complesso’, “la semplicità è l’ultima forma della sofisticazione” (2) . Questo significa che alla base di questo processo concettuale apparentemente banale si cela qualcosa di molto più complicato e complesso che una mera serie di cieche stratificazioni. E’ possibile che gli effetti ‘ciechi’ della selezione predispongano un’ ‘innovazione incrementale’? Ce lo chiediamo perché alla base del processo stesso vi è una progettualità intrinseca che non può essere avulsa né dall’innesco né dal procedimento e, cosa strabiliante, non abbiamo esempi di innovazioni ‘incrementali’ cieche.

L’innovazione incrementale che il neodarwinismo presuppone è una sequenza minima di elementi atti all’apporto di una modificazione struttrale che alteri migliorandolo un ‘ingranaggio biochimico’ rendendolo più performante o addirittura migliore stravolgendone la funzione o modificandone l’operatività, in sostanza aumentandone ‘l’informazione’. Il fatto, forse non propriamente immediato, che assurge da questa evidenza risiede nella forte improbabilità che micro cambiamenti possano dar vita a nuove o migliori strutture sotto l’aspetto di un notevole incremento d’informazione. Questo perché ogni cambiamendo strutturale atto alla miglioria performante richiede a sua volta… progettazione. Come dicevamo prima non esistono sistemi embrionali di strutture prototipo, esistono sitemi funzionali che vengono sostituiti da altri sistemi funzionali. Possiamo considerarli come informazione quantizzata, pacchetti di informazione specificata e complessa che contribuiscono a migliorare un apparato già esistente. L’ineluttabile destino di una singola informazione non propedeutica all’immediato processo utile è un’archiviazione precoce: è rilevata dal sistema stesso come ‘errore’.

Anche nelle attività umane ciò si verifica puntualmente e le stratificazioni che si sovrappongono in una struttura sono a loro volta processi complessi e specificati. Basti pensare alle innovazioni incrementali basate sui parametri precedentemente fissati dai progetti radicali in una trasformazione protocollare dei sistemi aziendali: tutto è supervisionato, controllato e gestito da un flusso di informazione complessa e specificata, ed anche laddove i cambiamenti siano minimi non sono mai strutturati come parti di un processo a venire, cioè ciechi al fine ultimo e singolari, ma pianificati in anticipo in ogni dettaglio avendo come obiettivo la visione d’insieme finale. Pensiamo anche alle evoluzioni nei sistemi meccanici: Il passaggio dalla propulsione di un motore a vapore alla propulsione di un motore a scoppio non è avvenuto attraverso innovazioni incrementali minimali che hanno trasformato una camera di combustione in una camera di scoppio, ma attraverso l’applicazione progettuale di componenti dedicati. Solo ed attraverso informazione specifica e complessa troviamo stratificazione atta all’ottimizzazione del sistema e ad una sua evoluzione programmatica e fattuale. Lo stesso dicasi per i singoli elementi biochimici di una complessa macchina molecolare. Isolati cambiamenti non specificati vengono respinti dal sistema come ‘errori’. Se vogliamo vedere una stratificazione e ‘sederci sulle spalle dei giganti’ dobbiamo per forza logica considerare la possibilità di interventi mirati, specifici e complessi. In sostanza l’informazione complessiva del sistema deve aumentare affinché ci siano i presupposti di una ‘evoluzione’ e non semplice adattamento, che regolarmente si verifica perdendo informazione essendo assorbita dallo spettro delle specializzazioni consentito dalle funzioni intrinseche al sistema.

Essendo davanti al prodotto finale e non alle fasi intermedie potremmo provare a idealizzare il processo inverso, ovvero produrre uno schema d’involuzione attraverso un progressivo decremento della specificità e della complessità, riducendo l’oggetto della nostra attenzione al minimo livello di autosussistenza: un “reverse engineering”. Arriveremo ad un punto in cui saremo costretti a sacrificare qualcosa di fondamentale, perdendo quella causa che rende il tutto più della somma delle sue parti, perdendo di fatto la possibilità di applicare qualunque processo: l’informazione. Non è possibile che ciechi flussi di energia motivati da fattori contingenti e dalla spinta di una necessità selettiva abbiano a produrre qualcosa di semanticamente intelliggibile a meno che a produrlo o redigerlo non sia un’intelligenza che ne commisti ragionevolmente le parti.

Supponiamo di voler ridimensionare qualcosa di già esistente, come questo articolo, se lo involvessimo in un processo di summa sintesi, riducendolo ad un brandello di poche frasi o addirittura poche parole, non potremmo fare a meno ad un certo punto di perderne la struttura portante che risiede nella semantica con la quale queste parole vengono commiste e redatte. Così come il processo inverso, possiamo parlare di innovazione incrementale solo laddove questo incremento è guidato e gestito dall’informazione. Qualsiasi altro incremento non gestito dall’informazione non può costituire né infrastruttura né sovrastruttura, ma solo caos: quest’ultimo, che per definizione e in armonia con la seconda legge della termodinamica, può produrre solo entropia e non la sintropia invece evidente in tutti gli esseri viventi e in tutti i prodotti che l’innovazione incrementale pretende di ottenere nell’utopica visione neodarwinista.

(1) Bernardo di Chartres – filosofo francese vissuto ai primi dell’anno 1100 d.c.

(2) Leonardo da Vinci